Immagine elaborata da Gemini
Questa storia, è stata ideata da me, ma Gemini ha perfezionato la scrittura, ed a
braccetto abbiamo creato questo giallo intrigante che spero vi piacerà, se qualcuno
desidera comprare i diritti per farne un film, sia io che lui siamo qui.
I. La nausea del mattino
«Signore, ancora a letto? Si sente male? Mi scusi tanto, pensavo che alle undici fosse già uscito». Luisa, la governante tuttofare, si congedò dalla camera da letto con un passo felpato, lasciando la stanza nel silenzio.
Giorgio si alzò con cautela. Una nausea feroce, ormai diventata la protagonista indiscutibile delle sue mattinate, gli attanagliava la gola e lo stomaco. Corse in bagno, aprì l'armadietto dei medicinali con dita tremanti e ingoiò la solita pasticca antivomito. Ormai da qualche mese le sue giornate iniziavano così. Aveva tentato di ingannare il proprio corpo svegliandosi all'alba, poi alle otto, alle nove... Niente. La nausea era un timer biologico infallibile.
Gli accertamenti clinici non avevano rilevato alcuna anomalia organica. Per i medici e per gli amici, quel malessere aveva un nome preciso: il dolore per la scomparsa di sua moglie.
Perché Claudia, stimatissima pediatra dedita solo ai suoi piccoli pazienti, non era morta. Era letteralmente svanita nel nulla in una notte di pochi mesi prima. Aveva lasciato il cellulare sul comodino, ma dal suo armadio mancava qualche vestito ed era sparito il passaporto. Giorgio era stato rivoltato come un calzino dagli inquirenti, indagato per mesi, ma a suo carico non era emerso nulla. Eppure, un dettaglio formale continuava a stridere in quella fuga perfetta: nessuna telecamera di sorveglianza della zona, quella notte, aveva registrato l'immagine di Claudia.
II. Due vite impeccabili
A quarant'anni, Giorgio era l'immagine del successo: un ingegnere stimatissimo, colto, di bella presenza ed elegantemente educato. Claudia, sua coetanea, era la sua controparte perfetta. Niente figli, troppi impegni, due carriere speculari che assorbivano ogni briciolo di energia.
La sparizione della moglie aveva trasformato la vita di Giorgio in un incubo d'ansia. Aveva dovuto abbandonare i cantieri, sommerso da una sottile depressione che lo aveva letteralmente invaso, amplificata dal fiato sul collo della polizia. Per l'opinione pubblica l'ingegnere rimase sempre al di sopra di ogni sospetto e, alla fine, i magistrati avevano allentato la presa.
Non tutti, però, si erano arresi. L'ispettrice Elena continuava a indagare nell'ombra, mossa dall'ossessione che dietro quella facciata immacolata si nascondesse qualcosa di sinistro. Claudia non aveva scheletri nell'armadio, non aveva amanti, e il suo conto bancario non era mai stato toccato. Perché una donna così avrebbe dovuto cambiare identità e sparire volontariamente? Elena ne era certa: qualcuno l'aveva fatta sparire.
Nel frattempo, Giorgio subiva in silenzio. Oltre alla nausea, a tormentarlo erano arrivate delle strane telefonate mute. Squillava il telefono, lui rispondeva, dall'altro lato solo un respiro. Giorgio non sapeva di avere la linea sotto controllo, né che quelle chiamate anonime provenissero proprio dal cellulare civetta dell'ispettrice, intenzionata a studiare le sue reazioni. Ma la reazione di Giorgio fu la cosa più sospetta di tutte: non chiese aiuto, non denunciò lo stalking, non domandò un'intercettazione. Le subiva e taceva. Lui sapeva che, dall'altro capo del filo, non poteva esserci sua moglie.
III. Il tempo cancella i peccati
L'ispettrice Elena aveva scavato ovunque. Sapeva che la reale ricchezza della famiglia apparteneva a Claudia e che Giorgio ne era il legittimo erede, non essendoci altri parenti in vita. Ma la vita dell'ingegnere era un deserto di indizi: nessuna relazione clandestina, una segretaria attempata e devota, e come unica amicizia importante il suo socio in affari, Francesco, un uomo sposato e padre di due figli.
Era passato un anno. Giorgio, per dimostrare la sua buona fede, aveva persino assunto un investigatore privato, ottenendo lo stesso buco nell'acqua della polizia. Elena cercava una risposta alla domanda più difficile: come si fa a far sparire un cadavere in una sola notte senza usare l'auto? Avevano rivoltato l'immenso giardino della villa metro quadro per metro quadro con i cani molecolari. Niente. Avevano ispezionato la cantina mattone per mattone. Niente.
Passarono gli anni. Il tempo, implacabile, lavorò per Giorgio. Ottenuta la dichiarazione di morte presunta della moglie, l'ingegnere entrò in possesso dell'intera eredità.
E, quasi per magia, la sua orribile nausea mattutina divenne un ricordo lontano.
Il lavoro allo studio associato con Francesco riprese a gonfie vele. Giorgio era diventato uno dei vedovi più facoltosi e desiderati della città, ma rifiutava con infastidito distacco ogni avance, dichiarando pubblicamente che avrebbe amato una sola donna nella vita e che non si sarebbe mai risposato. Per tutti era un santo. Per Elena, un assassino impunito. Ormai l'ispettrice si muoveva sul filo del rasoio: un solo passo falso con un cittadino così influente le sarebbe costato il distintivo.
IV. La ninfa d'oro
Ma Giorgio aveva un punto debole, l'errore tipico dei narcisisti: un ego smisurato. Amava circondarsi di ammirazione e, con il tempo, aveva iniziato a organizzare feste sfarzose nella sua villa.
Elena non si perdeva un ricevimento. Riusciva sempre a imbucarsi, scortata ogni volta da un invitato diverso, confondendosi tra gli specchi, i calici di cristallo e gli abiti da sera. Il suo obiettivo era osservare la casa, cercare un dettaglio che le fosse sfuggito anni prima.
Fu durante una di quelle serate affollate che lo sguardo dell'ispettrice si posò, per l'ennesima volta, sulla meravigliosa fontana al centro del salone d'onore. Due ninfe di pietra, posizionate ai lati della vasca, creavano un gioco d'acqua straordinario. Sembravano quasi uguali, due copie perfette nate dallo stesso scalpello.
Quasi.
Elena si avvicinò alla fontana, stringendo il suo calice per darsi un contegno, mentre la luce dei lampadari rifletteva sui flussi d'acqua che accarezzavano il marmo delle sculture. Guardò meglio la ninfa di destra. Sotto il velo liquido, proprio sul polso della statua, c'era qualcosa di strano. Un'anomalia cromatica. Un lampo improvviso, metallico e lucente, che fendeva l'opacità della pietra artificiale. Un riflesso d'oro.
V. Il tocco della verità
Elena mosse qualche passo felpato, bagnando l'orlo del suo abito da sera contro il bordo di marmo della fontana. Il rumore dell'acqua scrosciante copriva le chiacchiere e le risate degli invitati che fluttuavano nel salone. Nessuno la stava guardando. Giorgio, a qualche metro di distanza, offriva spocanzioso del vino a un senatore, di spalle.
Con il cuore che le batteva in gola, l'ispettrice allungò una mano e immerse le dita nell'acqua gelida della vasca, risalendo lungo il braccio della ninfa fino al polso.
Non era marmo. Sotto i polpastrelli, dove la resina si era assottigliata dopo anni di erosione idrica, la pietra cedeva il passo a una superficie metallica, fredda, a piccole maglie articolate. Un brivido le corse lungo la schiena. Premette leggermente e un minuscolo frammento di vernice siliconica si staccò, fluttuando via nella corrente della fontana. Sotto le luci della festa, il bracciale "Love" di Cartier, in oro massiccio, brillò in tutta la sua macabra verità. Era lo stesso identico modello descritto nel verbale di scomparsa di Claudia. Il pezzo mancante dell'armadio.
Elena ritirò la mano, asciugandosi le dita bagnate sulla gonna. Si voltò lentamente verso Giorgio. L'ingegnere, avvertendo forse lo sguardo della donna, si girò a sua volta. I loro occhi si incrociarono per un secondo infinito. Elena non disse nulla; gli rivolse solo un piccolo, gelido sorriso, poi si infilò nella calca e sparì verso l'uscita.
VI. Il delitto perfetto si sgretola
Quella stessa notte, a festa finita, la villa venne circondata.
Nel salone d'onore erano rimasti in tre: Giorgio, ancora in smoking, il suo socio Francesco, che si stava allentando il papillon, e l'ultimo bicchiere di cognac a fare da testimone ai loro sussurri. Tra i due c'era un'intimità protettiva, uno sguardo che andava ben oltre la semplice amicizia professionale. Fu in quel momento che i fari blu della polizia tagliarono le grandi vetrate.
Quando la porta d'ingresso venne abbattuta, Giorgio non si scompose. Rimase immobile, l'espressione di chi si considera ancora intoccabile, mentre Francesco fece d'istinto un passo per mettersi quasi davanti a lui, come a volerlo proteggere.
«Ispettrice Elena», disse Giorgio con voce ferma, guardandola entrare insieme alla squadra della scientifica e a un magistrato. «Cosa significa questa violazione? Il mio giardino è già stato controllato anni fa. Siete ridicoli».
«Non siamo qui per il giardino, ingegnere», rispose Elena, con lo sguardo che passò freddo da Giorgio a Francesco, cogliendo il lampo di puro terrore negli occhi del socio. «Siamo qui per la sua opera d'arte. Stacchiamo l'acqua».
Al click dell'interruttore principale, il motore della fontana smise di ronzare. Il getto d'acqua si affievolì fino a diventare un gocciolio, poi il silenzio più assoluto invase la stanza. Senza il velo liquido a distorcere la vista, la ninfa di destra apparve per quella che era: un corpo umano intrappolato in un guscio sintetico che si stava esfoliando.
VII. L'ultimo riflesso
I tecnici della scientifica accesero i riflettori industriali e il medico legale si avvicinava alla statua con gli strumenti da taglio.
«Lei è un uomo metcoloso, Giorgio», disse Elena, avvicinandosi ai due uomini. «Ha studiato i flussi, i pesi, le telecamere per neutralizzare i cani. Ma ha dimenticato la legge più elementare della sua professione: l'attrito. L'acqua scorre e consuma. La resina ha ceduto, e il bracciale d'oro di sua moglie è tornato alla luce. Ma c'è una cosa che mi chiedevo da anni... qual era il vero movente? Claudia non vi dava fastidio, ognuno faceva la sua vita».
Elena si voltò di scatto verso Francesco, il cui volto era diventato dello stesso colore del marmo della fontana.
«Poi abbiamo guardato i tabulati telefonici storici e i conti offshore dello studio associato», continuò l'ispettrice, assestando il colpo finale. «Voi due non eravate solo soci. Claudia aveva scoperto tutto: la vostra relazione clandestina e il modo in cui usavate lo studio per i vostri scopi. Voleva il divorzio, voleva distruggervi. Così, in quella famosa notte, Francesco l'ha aiutata a tenerla ferma mentre lei, ingegnere, preparava la resina chimica».
A quelle parole, il silenzio nel salone divenne tombale.
Giorgio guardò lo scintillio d'oro sul polso della ninfa, poi guardò Francesco. Per la prima volta, la sua maschera di pietra si incrinò. Portò dita tremanti alla gola, mentre un conato improvviso, violento e primordiale, lo costringeva a piegarsi in due. La vecchia nausea era tornata, più feroce che mai.
Francesco fece per avvicinarsi a lui, chiamandolo per nome con una voce spezzata che tradiva anni di segreti: «Giorgio...».
Ma due agenti si misero in mezzo, bloccando Francesco e stringendogli i polsi nelle manette, mentre altri due sollevavano Giorgio, ormai incapace di reagire.
«Ingegnere Giorgio, signor Francesco, siete in arresto per l'omicidio in concorso e l'occultamento del cadavere di Claudia Vanni».
Elena rimase un attimo da sola davanti alla fontana vuota, guardando quell'ultimo riflesso d'oro sotto i riflettori. La finta ninfa era stata liberata dal suo guscio, e il prezzo di quell'amore criminale era stato finalmente pagato.

Daniela anche se ovviamente stiamo parlando di un racconto di fantasia ciò non toglie però che da questo possiamo trarre tutti una valida morale e cioè che fare del Male non può mai ripagare ma al contrario può anche distruggere letteralmente chi lo fa.Un vecchio saggio di mia conoscenza mi raccomandava spesso di fare sempre del Bene e di dimenticarlo e se avessi al contrario fatto del Male a qualcuno dí ricordarlo per sempre.Emilio
RispondiEliminaEmilio questo è un giallo di pura fantasia, ma sono in accordo con te, fare del male non è mai conveniente
RispondiEliminaCertamente Daniela e il motivo principale per fare il più bene possibile nel corso del nostro breve passaggio terreno è racchiuso in questa meravigliosa frase……..Alla sera della Vita saremo giudicati sull’Amore.San Giovanni della Croce.Buona Vita.Emilio
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